la firma – di Piero Chiara

la firma – di Piero Chiara

Favoloso elzeviro dal Corriere della Sera, Mi ricordo di quante volte ho parlato di quest’articolo. Per me è un opera d’arte. Spettacolare, vi farà riflettere.

Quando si sente dire che un capufficio firma in un giorno trenta o quaranta lettere, che i dirigenti d’azienda, gli impiegati di banca o i funzionari dello Stato adoperano addirittura una firma ridotta ad uno sgorbio chiamato sigla per sottoscrivere ordini di servizio, buoni di consegna, certificazioni d’incasso, passaggi di valuta o di merce su centinaia di bollette e di moduli, ci si rende conto che l’uomo oggi firma con la stessa facilità con la quale fuma, tossisce, beve, soffia il naso o sputa, cioè senza riflettere, e soprattutto senza dare importanza alcuna all’atto che sta per compiere.

Ben altra cosa era il firmare fino a un po’ di anni fa. Intanto, nessuno firmava in piedi, come fanno oggi i vigili urbani, i ferrovieri, i destinatari di una raccomandata o d’un pacco e moltissimi magazzinieri o controllori, i quali si servono di blocchetti donde spiccano senza posa tagliandi con tanto di firma o sigla, mandandoli qua e là, come foglie portate dal vento.

La firma era, fino a non molti anni fa, una cerimonia vera e propria, che veniva compiuta quasi sempre in presenza di testimoni attentissimi, davanti a notai o magistrati, e a suggello di impegni assunti per tutta la vita. Nessuno sottoscriveva col cappello in testa o con indosso un cappotto. Chi firmava doveva mettersi a suo agio, ben seduto, non impedito dal giromanica d’un soprabito, col polso ben sciolto e, se era il caso, dopo aver inforcato un paio d’occhiali.

Era comunissimo, di persone anche d’importanza ma che non firmavano tutti i giorni, il compiere, prima di affrontare la carta bollata, un prova di scrittura sopra un foglietto qualsiasi. La prova serviva ad alleggerire il pennino di un possibile sovraccarico d’inchiostro che avrebbe potuto causare una macchia, una di quelle macchie dai bordi frastagliati e con una corona di spruzzi che gettavano l’angoscia nel cuore del firmatario; ma più che a riparare le conseguenze di uno sregolato intingere, lo sgorbio fatto come a caso su un pezzo di carta straccia a scaricare la tensione dello scrivente e a dar l’avvio al gesto fatidico della firma, col ghirigoro o lo svolazzo che la completava e la personalizzava.

Colui che firmava, poggiava una mano aperta sul foglio per tenerlo fermo, piegava il capo sul piano del tavolo, strabuzzava gli occhi e iniziava l’operazione senza poter trattenere una smorfia della bocca o delle guance, che seguivano con stiramenti o contrazioni l’andamento della mano, i suoi inceppi, le sue soste e la sua corsa finale verso un paraffa che riusciva sempre uguale o quasi, e si presentava, nel suo disegno astratto, come la sintesi grafica di un carattere, di un temperamento.

Innanzi alle corti di giustizia, davanti ai notai, agli ufficiali dello Stato Civile o a quelli di polizia, non era raro assistere alla firma di un popolano o di un contadino, la quale non era meno solenne e laboriosa di quella di un notabile. Il contadino, al quale fin dall’infanzia veniva raccomandato di non mai firmare e di non mai giurare, e che sapeva per esperienza sua o di suoi consanguinei quanto fosse irrimediabile l’impegno sottoscritto, avvicinandosi al tavolo dove l’aspettavano carta penna e calamaio, si sentiva mancare, Uomini che reggevano due buoi aggiogati all’aratro, che piegavano un ramo grosso quanto un braccio d’uomo, che con la vanga o la zappa rompevano e rivoltavano la terra, quando avevano nelle mani la penna sembravano aggravati da un peso insopportabile. Spesso, dopo aver vergato faticosamente la prima lettera del proprio cognome, alzavano il viso sfiniti come dopo un salasso e sulla loro fronte apparivano gocce di sudore. La fatica necessaria a costringere il braccio e la mano ad un troppo piccolo movimento, e la stessa necessità di uno spostamento contenuto della penna, rendevano ardua l’impresa.

Ma alle costrizione fisiche si sovrapponevano, ben più gravi, le repulsioni morali: la consapevolezza di assumere un impegno dal quale non si sarebbe mai potuto recedere, e l’impressione di abbandonare in mano altrui e non sempre amica o fidata qualche cosa di così intimamente legato alla persona, come è il geroglifico inimitabile del proprio nome e cognome. Ne veniva un complesso di inibizioni, di timori repressi, di nefaste previsioni per il futuro che formavano, sulle spalle di colui che firmava, un peso più grave di qualunque altra somma. E raro non era che da una di quelle firme scaturissero guai, perdite di danaro, alienazioni di proprietà, gravami di servitù prediali o di usucapioni, spostamenti di assi ereditari, cessazioni di consuetudini vantaggiose o d’altri privilegi faticosamente acquisiti nel tempo.

L’antico detto “Datemi due righe di un galantuomo e ve lo manderò in galera” era trapassato, col conforto di esempi infiniti, nella norma del non firmare mai né per bene né per male. Ma diventava inevitabile, anche nella vita del contadino più cauto e più lontano dai negozi, l’apporre qualche firma: il dì delle nozze, al momento di una compravendita o alla fine della vita, quando occorreva provvedere ad una equa divisione dei propri beni. Casi estremi, occasioni e date memorande che la forma incoronava come un magico emblema, ma sempre con una certa diffidenza, come è di ogni cosa simbolica.

 

L’uomo, fin dai tempi della sua vita primitiva, dovette sempre temere di lasciare l’impronta del piede o della mano, alla vista della quale poteva venir riconosciuto, localizzato, scoperto e messo in pericolo. Col passare del tempo e col sopravvenire dei costumi civili, gli subentrò il timore di lasciare quell’altra incancellabile e innegabile traccia di sé che è la firma. Affidare ad estranei ciò che pertiene alla propria personalità è cosa alla quale rilutta ogni persona saggia; tanto è vero, che gli antichi imperatori della Cina, alla fine di ogni anno, volevano di ritorno tutti i rescritti inviati ai governatori delle loro provincie.

Solo i poeti gli scrittori, gli artisti e in genere gli uomini di qualche notorietà, distribuiscono firme a destra e a sinistra, favorendo cacciatori d’autografi, fanatici seguaci e ammiratori che vogliono portarsi a casa un frammento, una scaglia, dell’essere umano che hanno in qualche modo divinizzato.

Il rilasciare autografi è infatti un dare qualche cosa di sé, un concedere al culto una particola della propria essenza perché fortifichi e consolidi la devozione dei fedeli. Il che, se si giustifica in chi si crede oggetto di venerazione o almeno di “tifo” come l’artista e lo sportivo famoso, non ha senso per persone oscure, che da un segno propalatore della loro presenza nel mondo possono aspettarsi soltanto danno e nocumento.

I selvaggi che Magellano andava conoscendo nel suo viaggio intorno al mondo, nelle loro ingenuità credettero diabolica l’operazione dello scrivere; e il simile pensarono sempre padri e madri, fino al Settecento, se è vero che alle fanciulle non veniva insegnato a tener la penna per preservarle dai commerci epistolari, pronubi d’altri e più pericolosi commerci. Faccenda di gente infima, che non aveva nulla da perdere, i nobili ritennero lo scrivere, che disdegnavano e abbandonavo a segretari e amanuensi.

Solo oggi, che il leggere e lo scrivere è di tutti, la firma si appone da chiunque senza alcuna precauzione su qualunque pezzo di carta. Ma chi la verga così leggermente e con tanta indifferenza, sembra ormai consapevole della poca importanza che ha il qualificarsi e il farsi riconoscere in un mondo dove le singole personalità hanno perso valore e dove l’uomo si esprime per gruppi, partiti, concorrenti, sindacati, nazionalità, ideologie, razze ed altre categorie, che amalgamo in blocchi consistenze le troppo labili apparenze individuali e le sospingono unite e salde a nuove sorti, magnifiche come sempre e progressive.

Quando il cervello è in anticipo e decide cosa fare almeno sette secondi prima

Quando il cervello è in anticipo e decide cosa fare almeno sette secondi prima

L’inconscio è di sette secondi avanti

Altro che libero arbitrio, è il nostro inconscio a prendere le decisioni, prima ancora che noi realizziamo di averle prese. Il cervello “sa” in anticipo, circa sette/otto secondi, quale azione deve intraprendere, prima ancora che la persona sia consapevole della decisione stessa. Una scoperta sconcertante che arriva dalla Germania, dove un gruppo di ricercatori del Max Planck Institute per le scienze cognitive di Lipsia, guidati dal neuroscienziato John-Dylan Haynes, ha messo in discussione il principio di “libero arbitrio” nel corso del processo decisionale messo in atto dal soggetto.

Grazie a delle tecniche di risonanza magnetica funzionale, i ricercatori hanno osservato che le aree del cervello deputate al controllo dell’azione, si attivano circa 10 secondi prima che intervenga la coscienza. L’esperimento ha coinvolto 14 volontari a cui è stato chiesto di premere un bottone a scelta con la mano destra o sinistra, indicando esattamente il momento in cui la decisione veniva presa.

 

Analizzando i risultati è emerso che la corteccia prefrontale, la parte del cervello coinvolta nelle decisioni, si ‘accende’ sette secondi prima che il soggetto decida di premere il pulsante. E poiché le tecniche di imaging scontano un ritardo di circa 3 secondi, i neuroscienziati ritengono che si possa parlare di un lasso di tempo di circa 10 secondi tra la decisione e la consapevolezza di averla presa.

“Sembra che le nostre decisioni”, ha spiegato John Dylan Haynes, “siano predeterminate dall’inconscio, come se il nostro cervello le prendesse prima di noi”.
Questa scoperta, pubblicata sulla rivista Nature Neuroscience, dicono gli autori, può servire a ‘leggere la mente’ in maniera più precisa: “Un giorno potrebbero esserci automobili in grado di capire con largo anticipo se il pilota vuole cambiare strada, ed eseguire da sole il comando”. L’uomo insomma è una semplice macchina biologica e si potrebbe pensare che la stragrande maggioranza delle nostre decisioni, avvengano in modo inconscio. Freud docet!.

Fonte tgcom24

https://sites.google.com/site/hayneslab/people/john-dylan-haynes

http://www.nature.com/neuro/journal/v11/n5/abs/nn.2112.html

 

 

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Charlie Chaplin raccontò al pubblico una storiella fantastica

Charlie Chaplin raccontò al pubblico una storiella fantastica

Charlie Chaplin raccontò al pubblico una storiella fantastica e tutti incominciarono a ridere
Charlie ripeté la stessa storiella e solo pochi risero
Ripeté di nuovo la stessa storiella e questa volta nessuno rise

Allora disse queste parole stupende:
“Se non potete continuare a ridere per la stessa battuta, perché continuate a piangere per lo stesso problema?”
Godetevi ogni momento della vita..!! La vita è bella!

il 16 aprile 1889 nacque Charlie Chaplin – un buon giorno per raccogliere le sue 3 toccanti affermazioni:
(1) niente è permanente in questo mondo, nemmeno i dispiaceri;
(2) mi piace camminare sotto la pioggia, perché nessuno può vedere le mie lacrime;
(3) la giornata più sprecata della nostra vita è quella in cui non abbiamo riso.

Continua a sorridere e passa questo messaggio a quelli che vuoi veder sorridere

 

NOTE

Sir Charlie Spencer Chaplin costruì il suo successo su un personaggio: il vagabondo (The Tramp in inglese): un omino dalle raffinate maniere e la dignità di un gentiluomo, vestito di una stretta giacchetta, pantaloni e scarpe più grandi della sua misura, una bombetta e un bastone da passeggio in bambù. Spiccavano sempre i suoi baffetti e l’andatura ondeggiante era in qualche modo un ballerino. L’emotività sentimentale e il malinconico disincanto di fronte alla spietatezza e alle ingiustizie della società moderna, fecero di Charlot l’emblema della solitudine umana – in particolare delle classi sociali più emarginate – nell’era del progresso economico e industriale.

Dio ama come una mamma – Buona Santa Pasqua

Dio ama come una mamma – Buona Santa Pasqua

Meravigliosa:Buona Santa Pasqua 

Nel pancione di una mamma c’erano due bambini.

Uno chiese all’altro: “Ma tu ci credi in una vita dopo il parto?”
L’altro rispose: “Certo! Deve esserci qualcosa dopo il parto. Forse noi siamo qui per prepararci per quello che verrà più tardi”. “Sciocchezze” disse il primo “non c’è vita dopo il parto! Che tipo di vita sarebbe quella?”
Il secondo riprese: “Io non lo so, ma ci sarà più luce di qui. Forse potremo camminare con le nostre gambe e mangiare con le nostre bocche. Forse avremo altri sensi che non possiamo capire ora”.
Il primo replicò: “Questo è assurdo. Camminare è impossibile. E mangiare con la bocca!? Ridicolo! Il cordone ombelicale è tutto quello di cui abbiamo bisogno…e poi è troppo corto. La vita dopo il parto è fuori questione”.
Il secondo continuò ad insistitere: “Beh, io credo che ci sia qualcosa e forse diverso da quello che è qui. Forse la gente non avrà più bisogno di questo tubo”.
Il primo contestó: “Sciocchezze, e inoltre, se c’è davvero vita dopo il parto, allora, perché nessuno è mai tornato da lì? Il parto è la fine della vita e nel postparto non c’è nient’altro che oscurità, silenzio e oblio. Il parto non ci porterà da nessuna parte”.
“Beh, io non so” disse il secondo “ma sicuramente troveremo la mamma e lei si prenderà cura di noi”.
Il primo rispose: “Mamma? Tu credi davvero alla mamma? Questo si che è ridicolo. Se la mamma c’è, allora, dov’è ora?”
Il secondo riprese: “Lei è intorno a noi. Siamo circondati da lei. Noi siamo in lei. È per lei che viviamo. Senza di lei questo mondo non ci sarebbe e non potrebbe esistere”.
Riprese il primo: “Beh, io non posso vederla, quindi, è logico che lei non esiste”.
Al che il secondo rispose: “A volte, quando stai in silenzio, se ti concentri ad ascoltare veramente, si può notare la sua presenza e sentire la sua voce da lassù”.

Buona Santa Pasqua

P.s.

Grazie scrittore ungherese per aver scritto queste parole e ha spiegato l’esistenza di Dio

Grazie Mauro per avermi scritto e fatto conoscere questo pensiero.

Grazie Papa Francesco e tutti gli uomini di buona volontà che ti adoperano per la PACE nel MONDO.